La prima volta che ho seguito il Giro d’Italia dal vivo – era il 2019, la mia prima stagione da giornalista accreditato – mi sono ritrovato sulla salita del Mortirolo sotto una pioggia battente. Mentre i corridori passavano con le facce stravolte dalla fatica, un anziano accanto a me ha mormorato: “Mio nonno era qui nel ’49, quando passò Coppi.” In quel momento ho capito che il Giro non è solo una corsa ciclistica. È un pezzo di storia italiana che si rinnova ogni maggio sulle strade della penisola.

Centosedici anni di storia, dal 1909 a oggi. Otto tappe e 2.448 chilometri nella prima edizione, tre settimane di battaglia moderna con tecnologie che i pionieri non avrebbero potuto immaginare. Eppure l’essenza resta la stessa: uomini su biciclette che sfidano le montagne italiane, il caldo della pianura padana, le insidie del maltempo alpino. In questo articolo ripercorro le tappe fondamentali di questa leggenda, dai pionieri del primo Novecento ai campioni che oggi lottano per la maglia rosa.

Il Giro d’Italia 2026 (109ª edizione) partirà l’8 maggio dalla Bulgaria – sedicesima Grande Partenza all’estero nella storia della corsa – con tre tappe da Nessebar a Sofia. Il percorso prevede 21 tappe, una sola cronometro di 40,2 km da Viareggio a Massa, e otto arrivi in salita. La Cima Coppi sarà il Passo Giau a 2.233 metri. Il gran finale a Roma il 31 maggio, per il quarto anno consecutivo nella Capitale.

1909: L’Inizio di un’Epopea

Tutto cominciò con un’idea folle e un giornale sportivo in difficoltà economiche. La Gazzetta dello Sport, fondata nel 1896 e stampata su carta rosa per distinguersi dalla concorrenza, aveva bisogno di un evento che catturasse l’attenzione del pubblico. Il Tour de France, nato nel 1903, stava dimostrando che le grandi corse a tappe potevano appassionare le masse. Perché non replicare il modello in Italia?

Il 13 maggio 1909, centoventisette corridori si presentarono alla partenza da Milano. Li attendevano 2.448 chilometri divisi in otto tappe massacranti – la più corta superava i 200 chilometri, la più lunga sfiorava i 400. Le strade erano sterrate, le biciclette pesavano oltre quindici chili, l’assistenza tecnica praticamente non esisteva. Chi bucava doveva riparare da solo, chi rompeva il telaio poteva solo ritirarsi.

Luigi Ganna, un muratore lombardo di Induno Olona, tagliò il traguardo finale da vincitore. La sua prima dichiarazione dopo l’arrivo è diventata leggendaria: “Mi fa male il sedere.” Una frase che racchiude tutta la durezza di quella prima edizione. Ganna aveva pedalato per otto giorni, superato le Alpi e gli Appennini, battuto avversari più quotati sulla carta. La sua vittoria segnava l’inizio di qualcosa che sarebbe diventato molto più grande di una semplice corsa in bicicletta.

Per approfondire i dettagli di quella prima edizione storica, dalla cronaca delle tappe ai protagonisti dimenticati, consiglio la lettura dell’articolo dedicato alla prima edizione del Giro d’Italia 1909.

I Primi Decenni: Da Ganna a Girardengo

Gli anni Dieci e Venti del Novecento plasmarono l’identità del Giro. Le strade migliorarono lentamente, le biciclette divennero più leggere, il regolamento si fece più sofisticato. Ma soprattutto emersero i primi grandi campioni, figure che avrebbero segnato l’immaginario collettivo italiano.

Costante Girardengo, “il campionissimo” originale, dominò la scena degli anni Venti con due vittorie al Giro e sei titoli italiani consecutivi. Era un corridore completo, capace di vincere sia in volata che in montagna, adorato dal pubblico per il suo stile elegante e la sua determinazione. Girardengo trasformò il ciclismo da sport di nicchia a fenomeno popolare – le folle che lo acclamavano lungo le strade anticipavano quelle che avrebbero poi seguito Coppi e Bartali.

Il Giro di quegli anni era un’avventura selvaggia. Le tappe potevano durare oltre dodici ore, i corridori partivano all’alba e arrivavano al tramonto. Non c’erano radio di servizio, non c’erano ammiraglie con ruote di scorta. Chi forava sul Passo dello Stelvio doveva arrangiarsi con quello che aveva. Le classifiche si decidevano sui minuti, non sui secondi come oggi.

Alfredo Binda, il successore di Girardengo, portò il dominio a livelli mai visti. Cinque vittorie al Giro tra il 1925 e il 1933, un record che resiste ancora oggi condiviso solo con Coppi e Merckx. Nel 1930, gli organizzatori gli offrirono un premio in denaro per non partecipare – temevano che la sua superiorità avrebbe reso la corsa noiosa. Un episodio che racconta meglio di qualsiasi statistica quanto fosse dominante.

Coppi e Bartali: Il Dualismo Leggendario

Se dovessi scegliere il momento in cui il Giro d’Italia è diventato mito, punterei agli anni del dopoguerra. Fausto Coppi e Gino Bartali non erano solo due campioni – erano due visioni dell’Italia che si scontravano su ogni salita, due mondi inconciliabili che il ciclismo metteva a confronto ogni primavera.

Bartali, il cattolico toscano, l’uomo della tradizione, il corridore che aveva vinto il Giro nel 1936 e nel 1937 prima che la guerra interrompesse tutto. Coppi, il piemontese laico, il modernista, l’atleta che applicava metodi scientifici all’allenamento quando ancora si credeva che bere durante la corsa facesse male. Cinque vittorie al Giro per Coppi, tre per Bartali – numeri che raccontano solo una parte della storia.

La rivalità tra i due divise l’Italia più di qualsiasi questione politica. Le famiglie si spaccavano tra coppiani e bartaliani, i bar diventavano arene di dibattito, i giornali costruivano narrazioni epiche su ogni tappa. Quando nel 1949 Coppi vinse il Giro con oltre venti minuti di vantaggio su Bartali, alcuni piansero di gioia e altri di rabbia. Era sport, certo, ma era anche qualcosa di più profondo.

L’immagine simbolo di quell’epoca è la foto della borraccia passata tra Coppi e Bartali sul Col du Galibier al Tour 1952. Chi la porse a chi? Entrambi sostennero versioni diverse fino alla fine dei loro giorni. E forse non importa: quella foto cristallizza un momento in cui la rivalità si trasformava in rispetto reciproco, in riconoscimento del valore dell’avversario. Per chi vuole approfondire questo dualismo unico nella storia dello sport, ho scritto un pezzo dedicato alla rivalità tra Coppi e Bartali.

Gli Anni Sessanta e Settanta: L’Era dei Cannibali

Dopo Coppi e Bartali, il Giro conobbe una nuova era di campioni assoluti. Ma questa volta non erano italiani – o almeno, non solo. Eddy Merckx, il Cannibale belga, si presentò alla corsa rosa con un appetito insaziabile di vittorie che avrebbe riscritto i libri dei record.

Cinque Giri d’Italia per Merckx tra il 1968 e il 1974, come Binda e Coppi prima di lui. Ma il belga non si accontentava di vincere: voleva stravincere. Le sue rimonte erano spettacolari, le sue fughe in solitaria leggendarie, il suo dominio totale. Nel 1968 vinse con quasi sei minuti di vantaggio, nel 1973 con oltre sette. I corridori italiani arrancavano dietro, cercando di limitare i danni più che di competere per la vittoria.

L’Italia rispose con Felice Gimondi, un corridore elegante e tenace che riuscì a vincere il Giro nel 1967, nel 1969 e nel 1976. Gimondi non aveva la potenza devastante di Merckx, ma compensava con l’intelligenza tattica e la capacità di gestire le corse a tappe. La sua rivalità con il Cannibale fu meno epica di quella tra Coppi e Bartali, ma non meno avvincente per chi la visse in diretta.

Gli anni Settanta videro anche l’ascesa di Francesco Moser, il trentino che avrebbe poi stabilito il record dell’ora nel 1984. Moser era un corridore atipico: potente come un velocista, resistente come un passista, determinato come pochi. Le sue battaglie con Giuseppe Saronni avrebbero riacceso la passione italiana per il ciclismo negli anni Ottanta, dimostrando che il paese poteva ancora produrre campioni capaci di sfidare i migliori del mondo.

L’Era Moderna: Da Pantani a Nibali

Gli anni Novanta portarono una figura che avrebbe segnato il ciclismo italiano come pochi altri: Marco Pantani. Il Pirata, come veniva chiamato per la bandana e l’orecchino, era uno scalatore puro in un’epoca di specialisti. Le sue imprese sulle salite dolomitiche restano impresse nella memoria di chiunque le abbia viste.

Pantani vinse il Giro nel 1998, lo stesso anno in cui avrebbe conquistato anche il Tour de France – un’accoppiata che nessun italiano aveva realizzato dai tempi di Coppi. Le sue accelerazioni in montagna erano devastanti: partiva quando tutti sembravano al limite e guadagnava minuti sui rivali. Ma la sua storia si intreccia con i lati oscuri del ciclismo di quegli anni, e la sua fine tragica nel 2004 ha lasciato un vuoto che il movimento italiano fatica ancora a colmare.

Dopo Pantani, l’Italia ha cercato nuovi eroi. Ivan Basso vinse due Giri nel 2006 e nel 2010, dimostrando che il paese poteva ancora esprimere corridori da classifica. Ma il vero erede della tradizione italiana è stato Vincenzo Nibali, lo Squalo dello Stretto, capace di vincere tutti e tre i Grandi Giri – Giro, Tour e Vuelta – un’impresa riuscita solo a sette corridori nella storia.

Nibali ha vinto il Giro nel 2013 e nel 2016, con uno stile che ricordava i campioni del passato: attacchi in discesa, gestione tattica impeccabile, capacità di soffrire quando necessario. La sua rivalità con i colombiani Quintana e Uran, con lo spagnolo Contador, ha tenuto viva l’attenzione sul ciclismo italiano in un periodo di transizione.

Oggi, mentre scrivo nel 2026, l’Italia cerca il prossimo protagonista del Giro. Il Giro 2025, vinto dal britannico Simon Yates con un’azione devastante sul Colle delle Finestre nella penultima tappa, ha visto Damiano Caruso chiudere quinto e il giovane Giulio Pellizzari sesto – segnali di un movimento che sta ricostruendo. I nomi ci sono – Tiberi, Pellizzari, Ciccone – ma la vittoria finale resta un obiettivo da raggiungere. Il Giro continua a essere il palcoscenico dove i campioni italiani vogliono lasciare il segno, la corsa che più di ogni altra definisce l’identità ciclistica del paese.

I Numeri Essenziali del Giro

I record del Giro d’Italia raccontano storie di dominio assoluto. Tre nomi condividono il primato di cinque vittorie: Alfredo Binda, Fausto Coppi ed Eddy Merckx. Tre epoche diverse, tre stili diversi, ma la stessa capacità di dominare la corsa rosa per anni consecutivi.

Mario Cipollini detiene il record di vittorie di tappa: quarantadue successi accumulati tra il 1989 e il 2003, quasi tutti in volata. Il Re Leone, come veniva chiamato per la chioma bionda e l’atteggiamento regale, ha trasformato gli arrivi pianeggianti in spettacoli televisivi imperdibili. Le sue mise stravaganti – dalla tutina tigrata a quella da centurione romano – lo hanno reso un personaggio popolare ben oltre il mondo del ciclismo.

I numeri moderni impressionano per altri motivi. Le velocità medie sono cresciute costantemente: se i pionieri del 1909 viaggiavano a poco più di 25 km/h, oggi le tappe pianeggianti sfiorano i 45 km/h. Le biciclette pesano meno di sette chili, i materiali sono frutto di ricerca aerospaziale, l’alimentazione è studiata nei minimi dettagli. Eppure le salite restano le stesse: lo Stelvio, il Mortirolo, lo Zoncolan continuano a fare selezione come cento anni fa.

Le Montagne Simbolo: Una Panoramica

Non si può raccontare il Giro senza parlare delle sue montagne. Lo Stelvio, con i suoi 2.758 metri di altitudine e i quarantotto tornanti, è la Cima Coppi – il punto più alto della corsa, dedicato al campionissimo. Ogni volta che il Giro scala lo Stelvio, la storia sembra fermarsi per lasciare spazio all’impresa.

Il Mortirolo è forse la salita più dura del calendario ciclistico mondiale. Pendenze che superano il diciotto percento, tratti in cui anche i professionisti procedono a meno di dieci chilometri orari, un muro che ha distrutto le ambizioni di generazioni di corridori. Pantani vi ha costruito la sua leggenda, attaccando dove altri sopravvivevano a fatica.

Lo Zoncolan, nel cuore della Carnia friulana, è entrato nel percorso del Giro solo nel 2003 ma si è subito imposto come una delle salite più temute. Il versante di Ovaro raggiunge pendenze del ventidue percento – numeri che sulla carta sembrano errori di stampa ma che in bicicletta diventano incubi. Chi ha scalato lo Zoncolan non lo dimentica mai.

E poi ci sono le Dolomiti: il Passo Giau, il Pordoi, il Fedaia con la salita alla Marmolada. Montagne che non sono solo ostacoli sportivi ma scenari di una bellezza che toglie il fiato – anche ai corridori già provati dalla fatica. Il Giro attraversa l’Italia più spettacolare, e questo è parte del suo fascino eterno.

La Maglia Rosa: Cenni sul Simbolo

Il rosa non è un colore casuale. La Gazzetta dello Sport, organizzatrice del Giro fin dalla prima edizione, stampa su carta rosa dal 1899. Quando nel 1931 si decise di creare una maglia distintiva per il leader della classifica generale – seguendo l’esempio del Tour de France con la sua maglia gialla – la scelta fu naturale: rosa come le pagine del giornale che aveva inventato la corsa.

La prima maglia rosa fu indossata da Learco Guerra il 10 maggio 1931, alla partenza della seconda tappa. Da quel giorno, vestire il rosa è diventato il sogno di ogni corridore che si presenta alla partenza del Giro. Non è solo un capo di abbigliamento tecnico – è un simbolo che trascende lo sport, riconosciuto in tutto il mondo come sinonimo di eccellenza ciclistica.

Eddy Merckx ha indossato la maglia rosa per settantasette giorni in carriera, il record assoluto. Dietro di lui, Francesco Moser con sessantuno giorni e Giuseppe Saronni con cinquanta. Numeri che raccontano non solo vittorie finali ma dominio costante, capacità di prendere la testa della corsa e difenderla tappa dopo tappa.

Il Giro nella Cultura Italiana

Pochi eventi sportivi hanno permeato la cultura italiana quanto il Giro. Scrittori come Dino Buzzati hanno raccontato le imprese dei corridori con la stessa intensità riservata alle cronache di guerra. I pittori hanno immortalato le fughe in montagna, i musicisti hanno dedicato canzoni ai campioni. Il Giro è diventato materia letteraria, artistica, sociale.

Negli anni del dopoguerra, quando la televisione era un lusso per pochi, il Giro arrivava nelle case attraverso la radio. Le radiocronache di Mario Ferretti divennero appuntamenti imperdibili: famiglie intere si riunivano attorno all’apparecchio per seguire le tappe decisive. I bar si riempivano, le piazze si animavano, l’Italia si fermava per tre settimane ogni maggio.

Oggi il rapporto è cambiato ma non è scomparso. Il Giro genera contenuti sui social media, dibattiti sui forum specializzati, analisi tecniche sui podcast. I giovani magari non conoscono Bartali, ma seguono le dirette streaming, commentano le volate su Twitter, creano meme sui momenti iconici. La forma è diversa, la sostanza resta: il Giro continua a essere un momento di condivisione nazionale.

E poi c’è l’aspetto territoriale. Quando il Giro attraversa un paese, quel paese si trasforma. Le strade vengono riasfaltate, i monumenti restaurati, i negozi decorati di rosa. Ho visto comuni che aspettano anni per ospitare una partenza di tappa, che investono risorse significative per pochi minuti di passaggio televisivo. Il Giro non è solo una corsa: è un’occasione di promozione turistica che vale più di qualsiasi campagna pubblicitaria.

Il Giro e i Media: Dalla Radio allo Streaming

La storia mediatica del Giro è la storia dell’evoluzione tecnologica italiana. Negli anni Trenta, i giornalisti seguivano la corsa in motocicletta e telegrafavano i resoconti alle redazioni. Le notizie arrivavano con ore di ritardo, i lettori scoprivano il vincitore di tappa solo il giorno dopo. Eppure l’interesse era enorme.

La radio cambiò tutto negli anni Quaranta e Cinquanta. Le radiocronache in diretta trasformarono il Giro in uno spettacolo nazionale. La voce del cronista che descriveva le salite, i distacchi, le cadute – tutto diventava cinema dell’immaginazione. Chi non poteva essere a bordo strada poteva comunque vivere l’emozione in tempo reale.

La televisione arrivò negli anni Sessanta, e il Giro divenne anche spettacolo visivo. Le riprese aeree dall’elicottero mostravano i panorami italiani, le telecamere sulle moto catturavano le espressioni dei corridori. Il ciclismo televisivo creò nuove star: chi era fotogenico, chi sapeva parlare ai microfoni, chi aveva carisma oltre al talento sportivo.

Oggi viviamo nell’era dello streaming e dei social media. Il Giro si può seguire su smartphone, tablet, computer. Le analisi dei dati di potenza sono disponibili in tempo reale, le interviste vengono pubblicate pochi minuti dopo l’arrivo, i fan interagiscono direttamente con i corridori su Instagram e Twitter. La fruizione è frammentata ma anche più intensa: chi vuole, può immergersi completamente nell’evento.

RCS Sport, l’organizzatore del Giro, ha investito massicciamente nella produzione televisiva. Le grafiche sono all’avanguardia, le telecamere sempre più numerose, la copertura sempre più capillare. Il Giro del 2025 è stato trasmesso in oltre 200 paesi – un dato che i pionieri del 1909 non avrebbero potuto immaginare nemmeno nei sogni più audaci.

Il Giro d’Italia 2025: Eredità Contemporanea

Il Giro d’Italia 2025 ha generato un impatto economico di 2,1 miliardi di euro, tra effetti diretti e indiretti. Non è un numero astratto: sono alberghi pieni, ristoranti affollati, negozi che vendono merchandising, televisioni che pagano diritti. Paolo Bellino, amministratore delegato di RCS Sports and Events, lo ha detto chiaramente: il Giro è uno strumento concreto di sviluppo del territorio e di promozione del Paese. L’edizione 2025, partita da Durazzo in Albania e conclusa a Roma il 1° giugno, ha visto il britannico Simon Yates conquistare il Trofeo Senza Fine con un’azione memorabile sul Colle delle Finestre, ribaltando la classifica a una tappa dalla fine.

I 2,3 milioni di spettatori che hanno seguito la corsa dal vivo – in crescita del 4,5 percento rispetto al 2024 – hanno speso in media 110 euro a testa. Moltiplicateli e otterrete cifre che spiegano perché i comuni fanno a gara per ospitare partenze e arrivi. Il Giro non costa alle amministrazioni locali: rende, e rende bene.

Ma l’impatto va oltre i numeri immediati. L’ottantanove percento dei tifosi stranieri ha dichiarato di aver acquistato prodotti italiani dopo aver seguito il Giro. Il quarantacinque percento ha migliorato la propria opinione sull’Italia. Sono dati che misurano qualcosa di difficile da quantificare: il valore del marchio Italia nel mondo, la capacità di una corsa ciclistica di essere ambasciatrice di un intero paese.

Il Giro del 2025 ha attraversato regioni che avevano bisogno di visibilità: zone colpite da calamità naturali, aree interne in declino demografico, territori che lottano per restare sulla mappa. Per tre settimane, quelle zone sono diventate set televisivi visti da milioni di persone. È un tipo di promozione che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe eguagliare.

Domande sulla Storia del Giro

Ripercorrere centosedici anni di storia genera inevitabilmente domande. Ne raccolgo alcune tra le più frequenti, cercando di dare risposte che vadano oltre le nozioni enciclopediche.

Come ha evoluto il percorso del Giro d"Italia nei decenni?

Il Giro è passato dagli 8 tappe e 2.448 km del 1909 alle 21 tappe e circa 3.400 km attuali. Le salite sono diventate più numerose e decisive, le cronometro si sono accorciate, i trasferimenti si sono ridotti. Il percorso moderno è disegnato per creare spettacolo televisivo, mentre quello originale puntava semplicemente a collegare le grandi città.

Quali nazioni hanno dominato il Giro d"Italia nella storia?

L"Italia guida l"albo d"oro con 69 vittorie, seguita da Belgio con 7, Spagna con 5 e Francia con 4. Negli ultimi decenni la corsa si è internazionalizzata: colombiani, sloveni, britannici e australiani hanno conquistato la maglia rosa, ma il Giro resta una corsa profondamente italiana nel DNA.

Quali altri simboli iconici ha il Giro oltre alla maglia rosa?

Il Trofeo Senza Fine, realizzato in oro e argento, viene consegnato al vincitore finale. La maglia ciclamino premia il leader della classifica a punti, la maglia azzurra il miglior scalatore, la maglia bianca il miglior giovane. Ogni maglia ha i suoi pretendenti e le sue battaglie parallele.

Come viene scelto il percorso del Giro ogni anno?

RCS Sport lavora con anni di anticipo, negoziando con regioni e comuni. Si cercano equilibri tra tradizione e novità, tra montagne iconiche e territori inesplorati. Le partenze dall"estero sono diventate frequenti per espandere il pubblico internazionale. Ogni percorso è un compromesso tra esigenze sportive, televisive e politiche.