Ero a Roma per un convegno sulla mobilità sostenibile quando ho sentito per la prima volta le cifre del PNRR destinate alle piste ciclabili. Seicento milioni di euro, quasi 1.820 chilometri di nuove ciclovie tra urbane e turistiche. Mi sono detto: finalmente si fa sul serio. Era il 2021. Oggi, a distanza di anni, mi ritrovo a raccontare una storia di ritardi, burocrazia e opportunità in parte sprecate. I numeri parlano chiaro: a febbraio 2025, dei 466 milioni già allocati, ne sono stati spesi appena 53. L’11,5% del totale.

I 600 Milioni Stanziati: Come Sono Divisi

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha previsto due linee di finanziamento distinte per l’infrastruttura ciclabile. La prima, con una dotazione di 200 milioni, è destinata alle ciclovie urbane: 570 chilometri di percorsi protetti nelle città, pensati per gli spostamenti quotidiani casa-lavoro e casa-scuola. La seconda, più consistente con 400 milioni, finanzia le ciclovie turistiche: 1.250 chilometri di tracciati che collegano territori, valorizzano il patrimonio paesaggistico e alimentano il cicloturismo.

La logica dietro questa suddivisione era chiara e lungimirante. Le ciclovie urbane rispondono a un’esigenza di mobilità sostenibile, riducono il traffico e l’inquinamento, migliorano la qualità della vita nelle città congestionate. Le ciclovie turistiche, invece, rappresentano un investimento economico con ritorni misurabili: ogni chilometro di pista ciclabile ben realizzata genera indotto per il territorio, attira visitatori, crea posti di lavoro nel settore dell’ospitalità e dei servizi. Due obiettivi complementari, entrambi strategici per il Paese.

I beneficiari diretti dei finanziamenti sono i Comuni e le Regioni, che hanno presentato progetti e partecipato ai bandi. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha il compito di coordinare, monitorare e verificare la realizzazione. Sulla carta, un meccanismo lineare. Nella pratica, le cose si sono complicate quasi subito.

Lo Stato di Avanzamento: Solo l’11,5% Speso

Il dato che ha fatto discutere è arrivato da Federcepicostruzioni a febbraio 2025. Degli oltre 466 milioni di risorse PNRR per le piste ciclabili, sono stati spesi appena 53 milioni. Antonio Lombardi, presidente dell’associazione, ha commentato senza mezzi termini la necessità di un piano strategico per sostenere una nuova mobilità urbana ed ecosostenibile, sottolineando come i ritardi stiano mettendo a rischio l’intero programma.

Cosa è successo? Le cause sono molteplici e si intrecciano. Prima di tutto, i tempi della burocrazia italiana. Tra la presentazione di un progetto e l’inizio dei lavori passano mesi, a volte anni, tra pareri, autorizzazioni, gare d’appalto. Il PNRR ha scadenze rigide imposte dall’Europa, e molti enti locali si sono trovati impreparati a gestire procedure così complesse in tempi così stretti.

Poi c’è il problema dell’aumento dei costi delle materie prime e della manodopera. I progetti presentati nel 2021-2022 prevedevano prezzi che nel frattempo sono lievitati del 20-30% a causa dell’inflazione e delle tensioni internazionali. I Comuni si sono trovati con finanziamenti insufficienti a completare le opere previste, costretti a ridimensionare i progetti originali o a cercare risorse aggiuntive da altre fonti. Un circolo vizioso che ha rallentato tutto il programma.

Infine, la carenza di competenze tecniche. Molti piccoli Comuni non hanno uffici tecnici in grado di gestire progettazioni complesse. Le ciclovie non sono semplici strisce colorate sull’asfalto: richiedono studi di fattibilita, valutazioni ambientali, coordinamento con altri enti. Competenze che spesso mancano, e che non si improvvisano.

I Principali Progetti in Corso

Nonostante i ritardi generalizzati, alcuni cantieri sono partiti e stanno procedendo con risultati visibili. La Ciclovia del Sole, che dovrà collegare il Brennero alla Sicilia attraversando l’intera penisola, vede progressi significativi nel tratto emiliano-romagnolo. La VenTo, da Venezia a Torino lungo il corso del Po, sta completando le sezioni mancanti in Lombardia. La Ciclovia dell’Acquedotto Pugliese, nel Sud, rappresenta un esempio virtuoso di come si possa coniugare infrastruttura ciclabile e valorizzazione del patrimonio storico-industriale.

Sul fronte urbano, Milano sta realizzando nuovi tratti di piste ciclabili protette, anche se con polemiche sulla sottrazione di spazio alle auto. Roma procede a rilento, con progetti annunciati e poi ridimensionati. Torino, Bologna, Firenze mostrano avanzamenti disomogenei, spesso dipendenti dalla volontà politica delle amministrazioni locali più che dalla disponibilità di fondi.

Ho visitato personalmente alcuni cantieri, e l’impressione è di un grande sforzo organizzativo che si scontra con mille ostacoli quotidiani. Imprese che faticano a trovare materiali, enti che non si coordinano, cittadini che protestano per i disagi. La buona volontà c’è, ma il sistema non è attrezzato per sfide di questa portata.

Le Criticita: Ritardi e Burocrazia

Se dovessi individuare il problema principale, punterei il dito sulla frammentazione delle competenze. Una ciclovia che attraversa più Comuni richiede accordi tra tutti gli enti coinvolti. Se anche uno solo si blocca, l’intero progetto si ferma. E in Italia, bloccarsi è facilissimo: basta un ricorso al TAR, un parere negativo della Soprintendenza, un cambio di amministrazione.

La normativa stessa non aiuta. Il Codice della Strada italiano tratta la bicicletta come un veicolo di serie B, e le regole per la realizzazione delle piste ciclabili sono rigide e spesso inadatte alla realtà dei nostri centri storici. Servirebbero deroghe, semplificazioni, procedure accelerate. Invece ci si impantana in discussioni su larghezze minime, segnaletica, materiali.

C’è poi un problema culturale di fondo che non va sottovalutato. In molte amministrazioni locali, la ciclabilità resta un tema marginale, delegato ad assessorati minori con poche risorse umane e finanziarie. Le priorità politiche sono altre: strade per le auto, parcheggi, grandi opere infrastrutturali. Le piste ciclabili vengono spesso viste come un lusso per pochi appassionati, non come un’infrastruttura essenziale per la mobilità di tutti. E questa mentalità si riflette inevitabilmente nei ritardi e nelle difficoltà realizzative.

Prospettive e Scadenze

Il tempo stringe. Le scadenze del PNRR sono tassative: i progetti devono essere completati entro il 2026, pena la perdita dei finanziamenti. Alcuni osservatori temono che una parte significativa dei fondi verrà restituita a Bruxelles, non spesa. Sarebbe un fallimento clamoroso, l’ennesima occasione persa per modernizzare il Paese.

Le prossime settimane e mesi saranno decisivi per il destino di questi finanziamenti. Il Governo ha annunciato misure di semplificazione, poteri sostitutivi per gli enti inadempienti, task force dedicate al monitoraggio e all’accelerazione dei cantieri. Resta da vedere se basteranno a recuperare il tempo perduto e a completare le opere nei tempi previsti. Quello che è certo è che senza un’accelerazione drastica, l’obiettivo dei 1.820 chilometri resterà sulla carta, e con esso l’occasione di trasformare la mobilità italiana.

Guardo a questi numeri con un misto di frustrazione e speranza. Frustrazione per le opportunità sprecate, i cantieri fermi, la burocrazia che soffoca. Speranza perché vedo comunque qualcosa muoversi, ciclisti che usano i nuovi tratti completati, amministratori che ci credono davvero. La partita non è persa, ma il tempo per vincerla si sta esaurendo.

Quanto investe il PNRR nelle piste ciclabili?

Il PNRR ha stanziato 600 milioni di euro per l"infrastruttura ciclabile: 200 milioni per 570 km di ciclovie urbane e 400 milioni per 1.250 km di ciclovie turistiche.

Quanti km di piste ciclabili prevede il PNRR?

Il piano prevede la realizzazione di 1.820 chilometri complessivi di nuove piste ciclabili, tra percorsi urbani e turistici, da completare entro il 2026.