Un sabato mattina di settembre, mi sono ritrovato su una strada provinciale del Veneto a seguire una gara Allievi. Eravamo in quattro al traguardo: io, due genitori e un cane. Vent’anni fa, quelle stesse corse attiravano centinaia di spettatori e decine di partecipanti. La mancanza dei risultati è solo la punta dell’iceberg, come ha detto Giuseppe Saronni con la franchezza che lo contraddistingue. Se non si torna a investire sulla base, sul reclutamento e sulle strutture giovanili, l’Italia resterà appesa a quei pochi talenti naturali come Ganna che vengono fuori casualmente. Parole dure, ma che fotografano una realtà che ho visto con i miei occhi.
La Situazione Attuale: I Numeri della Crisi
I dati della Federazione Ciclistica Italiana raccontano una storia di declino progressivo che non può essere ignorata. Il numero di tesserati nelle categorie giovanili — Esordienti, Allievi, Juniores — si è ridotto significativamente negli ultimi quindici anni. Le società ciclistiche che si occupano di settore giovanile sono sempre meno, e quelle che resistono faticano a trovare nuovi iscritti disposti a impegnarsi seriamente.
Non è solo una questione di numeri assoluti. La qualità media dei giovani italiani, confrontata con i coetanei stranieri, appare in calo. Ai campionati europei e mondiali giovanili, le medaglie italiane sono diventate merce rara. Paesi con tradizioni ciclistiche meno radicate ci superano regolarmente, segno che qualcosa nel nostro sistema non funziona più.
Ho parlato con decine di dirigenti di società dilettantistiche, e il quadro che emerge è preoccupante. Mancano i volontari, mancano i mezzi, mancano soprattutto i ragazzi disposti a sacrificare i weekend per allenarsi e gareggiare. Il ciclismo richiede impegno, fatica, dedizione: valori che la società contemporanea sembra non premiare più.
Le Cause: Sicurezza, Costi, Competizione
Perché i giovani italiani non scelgono più la bicicletta? Le ragioni sono molteplici e si intrecciano. La prima, la più evidente, è la sicurezza stradale. I genitori hanno paura a mandare i figli su strade trafficate, e non hanno torto. I dati sugli incidenti ai ciclisti sono allarmanti, e la percezione del pericolo scoraggia molte famiglie dall’avvicinare i bambini a questo sport.
Poi ci sono i costi. Una bicicletta da gara decente costa quanto un motorino, e va sostituita man mano che il ragazzo cresce. Le iscrizioni alle gare, le trasferte, l’attrezzatura: il ciclismo è diventato uno sport costoso, accessibile solo a famiglie con disponibilità economiche. Non è più lo sport popolare di Coppi e Bartali, che arrivavano dalla povertà e trovavano nella bici un riscatto sociale.
Infine, la competizione con altri sport e con altre forme di intrattenimento. Il calcio resta dominante, il basket cresce, gli sport individuali come tennis e nuoto offrono strutture più accoglienti. E poi ci sono i videogiochi, i social media, tutto ciò che tiene i ragazzi incollati agli schermi invece che all’aria aperta. Il ciclismo fatica a competere in questo panorama.
Confronto con l’Estero: Francia e Belgio
Quando guardo oltre confine, vedo modelli che funzionano decisamente meglio del nostro. In Francia, il sistema federale è capillare e ben finanziato con risorse pubbliche consistenti. Ogni dipartimento ha strutture dedicate, tecnici federali a disposizione delle società locali, percorsi formativi standardizzati che accompagnano i giovani dalla prima pedalata fino al professionismo. Il risultato è un flusso costante di talenti che alimenta il ciclismo professionistico francese.
Il Belgio, con meno abitanti della Lombardia, produce più ciclisti di alto livello di tutta l’Italia. Il segreto? Il ciclismo è parte dell’identità nazionale, le gare giovanili sono eventi sociali, le famiglie partecipano in massa. Ho assistito a corse per bambini di otto anni con più spettatori di una gara italiana per Under 23. La differenza culturale è abissale.
Anche i Paesi Bassi e la Danimarca stanno investendo massicciamente nel settore giovanile, con risultati visibili. I loro giovani dominano le competizioni internazionali, e tra qualche anno raccoglieranno i frutti anche nel professionismo. L’Italia rischia di restare indietro se non cambia rotta rapidamente.
Le Possibili Soluzioni
Non tutto è perduto, ma servono interventi decisi e coordinati. La prima priorità è la sicurezza: più piste ciclabili, circuiti protetti per gli allenamenti, educazione stradale nelle scuole. Se i genitori non si sentono sicuri, i figli non pedaleranno mai. È una questione che va oltre il ciclismo e riguarda l’intera mobilità del Paese.
Sul piano economico, servirebbero incentivi per le famiglie che avvicinano i figli al ciclismo. Bonus per l’acquisto di biciclette, detrazioni fiscali per le iscrizioni alle societa sportive, contributi per le trasferte. Il ciclismo deve tornare accessibile, non un lusso per pochi.
Infine, è necessario modernizzare l’approccio al reclutamento. Le società ciclistiche devono entrare nelle scuole, organizzare eventi divertenti e non solo competitivi, usare i social media per comunicare con i giovani. Il modello del “ciclismo come sacrificio” va superato: prima viene il divertimento, poi la prestazione.
Iniziative della FCI e delle Societa
La Federazione non è rimasta ferma. Negli ultimi anni sono stati lanciati programmi di avviamento al ciclismo nelle scuole, meeting nazionali che radunano migliaia di giovani, collaborazioni con gli enti locali per creare percorsi protetti. Il presidente Dagnoni ha fatto del settore giovanile una priorità dichiarata, e qualche segnale positivo comincia a vedersi.
A livello locale, alcune società stanno sperimentando formule innovative. Scuole di ciclismo aperte tutto l’anno, non solo in estate. Attività ludiche accanto all’agonismo tradizionale. Collaborazioni con le parrocchie, gli oratori, i centri estivi. Chi ha capito che il modello vecchio non funziona più sta cercando strade nuove, con risultati promettenti.
Ma queste iniziative restano frammentate, dipendenti dalla buona volontà di singoli dirigenti e volontari. Servirebbe un piano nazionale coordinato e strutturato, con risorse adeguate e obiettivi misurabili nel medio e lungo periodo. Altrimenti il ciclismo italiano continuerà a vivere di rendita sui talenti naturali che emergono nonostante il sistema, non grazie ad esso, e resterà sempre più indietro rispetto ai concorrenti europei.
Il Futuro Dipende dalle Scelte di Oggi
Guardo i pochi ragazzi che ancora corrono nelle categorie giovanili italiane e mi chiedo quanti di loro arriveranno al professionismo. Statisticamente, pochissimi. Ma tra quei pochi potrebbero esserci i campioni del prossimo decennio, quelli che vinceranno il Giro d’Italia e porteranno l’Italia sul tetto del mondo. O potrebbero non esserci affatto, se continuiamo a perdere talenti per strada a causa di un sistema che non funziona più.
La crisi del ciclismo giovanile italiano è reale, documentata, preoccupante. Ma non è irreversibile. Altri paesi hanno affrontato problemi simili e li hanno risolti con politiche lungimiranti e investimenti mirati. L’Italia ha la tradizione, la passione, le competenze per fare altrettanto. Quello che manca, forse, è la volontà politica di mettere lo sport giovanile al centro dell’agenda. Finché il ciclismo dei giovani resterà un problema di pochi appassionati, la crisi continuerà.
